Che cosa hanno in comune due bambini che giocano a combattere, un cavaliere medievale e un gentiluomo pronto a sfidare il proprio rivale? Più di quanto si possa immaginare. Un estratto da C’era una volta il duello, un viaggio tra diritto, violenza, onore e singolari tenzoni.
Dal libro — Premessa, «A history of violence»
Basta andare la domenica al parco, in fondo. Comprate il vostro cono gelato, adocchiate la più bella delle panchine, vi sedete sopra e osservate il mondo attorno a voi.
C’è quello che usa il proprio cane per fare il piacione, delegandogli la parte più complessa di un approccio, ossia quella di rompere il ghiaccio. Si sa, i cani non hanno tante sovrastrutture: quelli vedono un proprio simile e la prima cosa che fanno è andargli a odorare proprio lì. Una scusa, una risata un po’ imbarazzata, ed ecco che ci si scambia il contatto Instagram.
C’è quello che si è appena portato un Adelphi e spera con ogni cellula del suo cuore che qualcuno ne noti l’inconfondibile copertina.
C’è il gruppo di sciure che rivivono gli anni passati narrandosi i loro ricordi verdi, e come ridono di gusto! C’è da invidiarle, perché stanno ostentando il più prezioso dei patrimoni, ossia una vita vissuta appieno.
Ci sono poi i bambini.
Le femminucce da un lato, i maschietti dall’altro.
Se le prime si muovono relativamente poco, apparentemente impegnate in qualche attività intellettuale, i secondi hanno già occupato una sorta di castello di legno con tanto di passetti e ponticelli di corda. Tutto sta in sicurezza, certo, ma l’attività in cui sono impegnati è tutt’altro che cruelty-free. Sembra, infatti, stiano simulando un assedio. E davvero un assedio deve essere: perché poco distante si notano due di loro che con due ramoscelli secchi, chiaramente spade nella loro sconfinata fantasia, se le stanno dando di santa ragione.
Uno di loro colpisce la mano dell’altro, e qualche scheggia provoca una piccolissima, appena percettibile, emorragia. Il gioco si è immediatamente fermato, intervengono subito i genitori che prendono a scapaccioni tanto il ferito quanto il feritore. Eppure – ne sono convinto – lo scontro è solo rinviato: domenica prossima i due torneranno più agguerriti che mai a terminare ciò che hanno interrotto.
«Quanta violenza», viene da pensare. E subito dopo aver partorito questo pensiero, quello successivo è: «Ma come mai proprio i bambini, gli esseri più puri e genuini del nostro mondo, sentono l’istinto di giocare menandosi? È una cosa che hanno imparato? È un richiamo ancestrale?».
La risposta a questo interrogativo certo non può essere fornita da questo libro.
Ciò che è certo, però, è che io, bambino, potendo scegliere tra uno stetoscopio e un superliquidator di mille colori con puntatore laser, lanciagranate incorporato e ottica di precisione, io non avrei mai avuto dubbi: volevo il superliquidator. Anzi, se penso a quanto l’ho desiderato, giuro che mi viene voglia di acquistarlo oggi stesso.
Sta di fatto – ed è una realtà di per sé evidente – che esiste un richiamo animale alla violenza: e questo lo si riscontra in ogni cucciolo di mammifero.
Nel mondo umano, per quanto abbiamo fatto passi da gigante rispetto allo stato di natura, questa radiazione di fondo violenta rimane. E assume svariate forme.
La più evidente, nella sua dimensione brutale, è la guerra, tanto nel suo aspetto simmetrico che asimmetrico.
Poi esistono altre forme di violenza, più o meno sublimate, che assumono ora il profilo di un gioco, ora il profilo di uno sport, ora il profilo di una O.P.A. ostile.
Una cosa rimane certa: la violenza esiste, è viva e continua a lottare assieme a noi.
Anche nel più paludato dei mondi, ossia quello del diritto, dove lo scontro è affidato a formule sacramentali, depositi e richieste.
Eppure, vi fu un tempo in cui anche il diritto era una questione di muscoli, sudore, paura, lame e pallottole. Erano i tempi dei duelli, bellezze, e vi fu coinvolta gente di ogni risma: cavalieri e scienziati, letterati e frequentatori d’osterie, teste coronate e vagabondi, donne, artisti, politici.
Per secoli il richiamo della violenza, dell’esercizio della forza bruta per risolvere una questione, è stato sempre forte in chi ha avuto buone ragioni atte a giustificare un fendente. Ed è per questo che qui noi vogliamo capire il perché e il per come del più violento degli happening giudiziari: quel duello che, nonostante sia una A.D.R. ormai relegata alle polveri dei cimeli, continua ad affascinare a causa del suo alto contenuto drammatico.
Estratto da C’era una volta il duello, di Riccardo Rubino, Le Lucerne, 2026 (tutti i diritti riservati)

C’era una volta il duello
Dalle ordalie medievali alle sfide tra letterati, scienziati, politici e gentiluomini, il libro racconta un mondo in cui difendere il proprio onore poteva significare rischiare la vita. Una storia del duello tra episodi sorprendenti, curiosità giuridiche e personaggi fuori dal comune.

