Il giudice appisolato sullo scranno è una figura ricorrente nella letteratura umoristica, ma se per caso non fosse pura finzione letteraria? Se il sonno fosse davvero un ostacolo alla giustizia?
È inverno. Anzi, forse è estate. Fa particolarmente caldo, oppure fuori si gela, decidete voi. Sono ore che siete chiusi nell’aula polverosa, gli arredi anonimi ed essenziali, del tribunale di Paperopoli, con “La legge è uguale per tutti” alle vostre spalle, monito al vostro ufficio. È dalla mattina che ascoltate una turba di avvocati che, per parafrasare Calamandrei, più parlano meno hanno ragione e, incredibile a dirsi, i casi più frequenti sono quelli meno interessanti e si assomigliano un po’ tutti. L’ora di pranzo è passata e si è risolta in una breve pausa di decompressione, ormai è pomeriggio inoltrato. Sarà la cravatta stretta che induce un vago senso di soffocamento, sarà quell’arringa decisamente più lunga del necessario, fatto sta che accade l’inevitabile: la testa si fa pesante, la palpebra inizia a cadere, la mente, annebbiata, fatica a cogliere i finali delle frasi del difensore di turno. Ebbene sì, il giudice dorme.

Fino ad ora abbiamo omesso nomi e cognomi e ci siamo affidati alla fantasia di Disney per non inimicarci interi circondari incolpevoli, ma abbiamo scoperto, con nostra somma sorpresa e indignazione, che si sono verificati davvero casi in cui più che la Giustizia poté Morfeo.
È emblematica la vicenda del giudice australiano Ian Dodd, che frequentò per molti anni le aule della District Court del Nuovo Galles del Sud. Dodd divenne famigerato nei primi anni Duemila per la sua tendenza ad assopirsi durante le udienze, al punto da venire soprannominato “judge Nodd” (dall’inglese “nod”, “appisolarsi”). Numerosi articoli del tempo affermano che il Nostro si sia addormentato in svariate occasioni tra il 2002 e il 2005: un caso di frode societaria; il dibattimento circa una sparatoria; la deposizione di una vittima di stupro; più volte, durante il processo per il tentativo di importazione di 383 kg di cocaina pura. L’elenco non è esaustivo e teniamo a raccontarvi la sorte degli ambiziosi narcotrafficanti:
(…) l’avvocato difensore allungava dei bigliettini agli impiegati del tribunale che si trovavano seduti vicino al giudice Dodd per svegliarlo [n.d.a.: altri giornali raccontano, invece, del tentativo di svegliare il dormiente facendo “accidentalmente” cadere i pesanti fascicoli]. La sonnolenza fu notata anche dai membri della giuria, che commentavano il russare rumoroso del giudice. Gli accusati furono successivamente condannati fino a ventiquattro anni di carcere.
Ronald R. Grunstein, “The Case of ‘Judge Nodd’ and other Sleeping Judges – Media, Society, and Judicial Sleepiness”
In seguito a numerosi appelli, Dodd fu infine dichiarato inadatto a ricoprire l’incarico e costretto dalla commissione disciplinare a ritirarsi per motivi di salute: apnea ostruttiva del sonno.
Cambiamo completamente luogo: è l’agosto del 2012 e ci troviamo nell’Oblast’ dell’Amur, nell’Estremo Oriente russo. Davanti alla Corte Cittadina di Blagoveščensk si sta discutendo il caso di Andrei Naletov, accusato di frode finanziaria. Il magistrato di turno, il giovane Yevgeny Makhno, comincia ad accusare un certo ottundimento della mente, una stanchezza improvvisa. Posa quindi il cellulare con cui sta armeggiando distrattamente e, come riferirà in seguito, “riposa gli occhi”.

La sfortuna vuole che sia presente in aula l’attivista Vladislav Nikitenko, che documenta il tutto in due video che vengono prontamente caricati su Youtube, suscitando sdegno nel pubblico del web. Per quest’opera d’arte concettuale viene addirittura coniato il titolo “La Temi dormiente”.
Per quanto riguarda gli sviluppi della vicenda, sappiamo che Makhno si è successivamente dimesso; non sappiamo invece se Naletov abbia appellato la sentenza, con la quale veniva condannato, nella migliore tradizione russa, a cinque anni di lavori forzati in una colonia penale siberiana.
La par condicio ci impone ora di raccontare un caso in cui ad assopirsi non fu il giudice, ma l’avvocato.
Nel 1983, il texano Calvin J. Burdine fu accusato di aver ucciso a coltellate il suo amante. Non potendosi permettere un difensore, l’uomo fu costretto ad accontentarsi di quello che gli venne assegnato d’ufficio: Joe Frank Cannon.
Si dà il caso che Cannon fosse noto per la brutta abitudine, testimoniata anche da varie figure del tribunale, di addormentarsi in udienza a intervalli regolari di dieci minuti. Nulla di eclatante rispetto a quanto già letto, se non fosse che il “vizietto” costò la pena capitale a ben dieci persone nell’arco dell’intera carriera, un vero e proprio record. Burdine fu solo l’ultimo dei dieci sfortunati: fu rilevato che l’avvocato non aveva sollevato nemmeno un’obiezione durante il contro-interrogatorio del suo cliente da parte dell’accusa, nonostante domande opinabili del calibro di «durante il rapporto sessuale preferisce fare l’ uomo o la donna?». In ogni caso, molti anni anni dopo, nel 2008, un giudice distrettuale di Houston ordinò un nuovo processo, ma la decisione fu subito impugnata dallo Stato e la Corte d’Appello affermò che era «impossibile determinare se il sonno dell’ avvocato avesse danneggiato il caso del suo cliente».
Concludiamo così con una barzelletta (?), per ridere di queste disgrazie e ricordarci di non dare per scontato il valore di un professionista del diritto attento e competente. Perché la verità è che il giudice con la testa ciondolante può anche suscitare un sorriso, finché però alla sbarra non siete voi.
Nel 1915 un consigliere della Corte di Cassazione francese si era addormentato sui banchi dell’aula di giustizia. Alla fine del processo, il Presidente domandò quale fosse il suo voto:
«È da condannare o no?»
E il consigliere, stropicciandosi gli occhi, rispose: «A morte! A morte!»
Il Presidente, stranito, lo guardò e gli rispose: «Ma guardi, qui si tratta di un prato…»
«E allora che si falci!»
Barzelletta popolare
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