Prima delle impronte digitali e del DNA, l’identità si rintracciava con un “mug shot” e undici misurazioni. Nella Francia di fine Ottocento, Alphonse Bertillon inventò il sistema che cambiò per sempre il modo di riconoscere i criminali.
«Sono venuto da lei, signor Holmes, […] perché mi trovo improvvisamente di fronte a un problema estremamente serio e fuori dall’ordinario. Riconoscendo, come faccio, che lei è il secondo massimo esperto in Europa…»
Il Mastino dei Baskerville, 1902
Se l’acuto investigatore Sherlock Holmes è “il secondo”, chi può mai essere il primo? L’uomo a cui allude il celebre autore Conan Doyle è Alphonse Bertillon, padre della disciplina antropometrica e inventore dell’iconico mug shot, la doppia foto segnaletica fronte-profilo.

Siamo nella Francia di metà Ottocento. Il clima di tumulto rivoluzionario e l’espansione bellica del secolo precedente hanno prodotto fortissime tensioni sociali che aumentano la criminalità. Dopo Vidocq e la nascita della polizia investigativa moderna (di cui vi abbiamo già raccontato nell’articolo sul primo detective della storia), l’identificazione dei criminali rimane un problema centrale. Le carceri sono fragili, le misure di reinserimento inesistenti, e i cosiddetti “cavalli di ritorno”, criminali recidivi, tornano puntualmente alla loro vecchia vita.
È in questo clima che, nel 1879, Alphonse Bertillon inizia a formulare l’idea di un sistema scientifico di identificazione personale. Frustrato dal lavoro ripetitivo alla Prefettura di Polizia di Parigi, la sua mente analitica comincia a ideare un metodo per sistemare il disordine archivistico nell’ufficio della Polizia.
L’idea che lo guida è semplice e potente: non esistono due persone con esattamente le stesse misure corporee. Ispirandosi anche agli studi di Cesare Lombroso, individua undici parametri antropometrici in grado di distinguere ogni individuo. Con ostinazione febbrile Bertillon appura un metodo affidabile: l’antropometria. Nel 1882 il metodo raccoglie il primo risultato, permettendo l’identificazione di un “cavallo di ritorno” già schedato precedentemente.
Il metodo è affidabile ma non è infallibile. Ed è proprio nel tentativo di perfezionarlo che Bertillon compie il passo decisivo: la standardizzazione fotografica. Nasce così il mug shot, le due foto, frontale e di profilo, che ancora oggi rappresentano l’immagine iconica del sospetto. A questo abbina il portrait parlé, una descrizione minuziosa che permette agli investigatori di ricostruire quello che oggi chiamiamo identikit.

Il successo è immediato. Il “bertillonage” si diffonde in tutta la Francia, compare sui giornali nel 1888 e diventa uno strumento fondamentale nelle indagini, soprattutto negli anni di agitazione anarchica, quando permette di identificare rapidamente gli autori di diversi attentati.
L’influenza del bertillonage non avrà conseguenze soltanto sul piano giuridico, ma segnerà profondamente il concetto moderno di identità come strumento di governo.
La fama di Bertillon è tale che la sua figura si afferma anche nella letteratura poliziesca, attraverso i più noti autori di gialli, da Arthur Conan Doyle ad Agatha Christie. Finché nella storia delle tecniche investigative non comparirà uno strumento in grado di soppiantare il bertillonage: l’impronta digitale. Ma di questo parleremo un’altra volta.


