Nel 1969, a Milano, si apre la stagione delle bombe: è l’inizio della strategia della tensione, del “terrorismo di Stato”, del tentativo di reprimere le impetuose correnti, ormai non più sotterranee, del conflitto sociale infiammatosi nel Sessantotto. Tra gli altri, Romano Canosa, magistrato e uomo delle istituzioni, racconta il suo punto di vista con la sensibilità politica che lo contraddistingue.
“Quella sera a Milano era caldo / ma che caldo, che caldo faceva…”. Chi ha riconosciuto questo incipit sicuramente saprà che non si tratta di una sterile nota meteorologica, che l’afa meneghina di cui si parla è più dell’animo che del clima; era pur sempre dicembre, del resto.
Proprio nell’inverno del 1969 si era toccato l’apice, il punto di non ritorno: quella volta, quel 12 dicembre alle ore 16.37, le bombe erano esplose in Piazza Fontana, nel pieno centro della metropoli, ma, diversamente da alcuni mesi prima, si contavano numerosi morti e feriti. Ma facciamo un passo indietro.
A Milano, il 1969 fu l’anno delle bombe. Il 25 aprile è la triste data di inaugurazione dinamitarda: la sera, a poche ore di distanza, esplosero due ordigni, i primi di una lunga stagione di sangue e terrore. Gli obiettivi designati erano il padiglione della Fiat alla Fiera campionaria e l’Ufficio Cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni presso la Stazione Centrale; fortuna volle che entrambi gli attentati si risolvessero in danni relativamente limitati, nel complesso una quindicina di feriti lievi e nessuna vittima.
Il magistrato Romano Canosa, nel ricordare all’interno della sua autobiografia l’atmosfera che si respirava in quei giorni, si esprime senza mezzi termini:
La strategia della tensione aveva cominciato il suo cammino. C’erano le bombe, c’era la campagna di stampa, c’era l’ampia predisposizione degli apparati di polizia ad accollare le bombe agli anarchici.
R. Canosa, Storia di un pretore
Quest’ultimo aspetto, la particolare insistenza investigativa e mediatica verso la “pista anarchica”, appare evidente anche nel rapporto redatto dalla Questura per la Procura della Repubblica di Milano: sulla base della simile fabbricazione dei due ordigni, entrambi confezionati con sali di potassio innescati termicamente, e della scelta degli obiettivi da colpire, la Polizia sentenziò che vi fossero sufficienti elementi per “fondatamente desumere che gli attentati di cui sopra fossero di provenienza anarchica”.

Torniamo ora al 12 dicembre. Prima dell’inverno viene l’autunno, e l’autunno 1969, non per niente chiamato “autunno caldo”, fu periodo di grandi lotte sindacali che crearono ulteriore subbuglio in un clima già teso. Ed è proprio in questa cornice di scontro frontale che avvenne l’irreparabile: nel tardo pomeriggio esplose una bomba all’interno della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, “la madre di tutte le stragi”, diciassette morti e ottantotto feriti.
Sovviene anche qui la testimonianza di Canosa, che ricorda come anche quella volta, nonostante un’ufficiale apertura degli investigatori verso ogni pista, l’interesse delle autorità fu subito rivolto verso ipotetici bombaroli anarchici. Non serve qui menzionare (o forse sì?) il tragico episodio del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, a lungo trattenuto nei locali della Questura di Milano per ordine del commissario Calabresi nei giorni successivi all’attentato assieme al sodale Pietro Valpreda, e precipitato da una finestra del quarto piano dell’edificio in circostanze mai del tutto chiarite. Entrambi dichiarati innocenti ed estranei ai fatti solo molti anni dopo.

In ogni caso, il nostro magistrato racconta che il pubblico ministero di turno era allora Ugo Paolillo, descritto in prima battuta in termini non particolarmente lusinghieri, giovane e inesperto; gli viene tuttavia riconosciuto un inaspettato nerbo nel gestire una faccenda così delicata e facilmente strumentalizzabile, a tal punto che figure ben più navigate e maliziose gli sottrassero il caso in nome di una pretestuosa avocazione al Tribunale di Roma.
(…) Paolillo, nei pochi giorni che ebbe tra le mani il processo, non fece neppure un passo falso e si rifiutò di avallare ogni provocazione, chiedendo sempre il più rigoroso rispetto della Legge (…)
R. Canosa, Storia di un pretore
Ad oggi, la giustizia ha fatto il suo corso: dopo intricate vicende processuali, è stato accertato che tanto gli attentati di aprile quanto i fatti di piazza Fontana sono attribuibili a Ordine Nuovo, organizzazione terroristica neofascista, con contatti più o meno sistematici con apparati dello Stato italiano; inoltre, è ormai assodato dalla ricerca storica che in quel periodo fu messa in atto una vera e propria “strategia della tensione”, voluta dal potere politico ed economico per sedare e reprimere ogni forma di eversione dell’ordine costituito.
Ma del resto, anche la già citata ballata, riferendosi proprio all’attentato in centro a Milano, cantava: “Impossibile – grida Pinelli – / un compagno non può averlo fatto/ e l’autore di questo misfatto/ tra i padroni bisogna cercar“.


