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6 Maggio 1944 – La scarcerazione di Gandhi

Il 6 maggio del 1944 Mohāndās Karamchand Gāndhī (comunemente noto con l’appellativo onorifico di Mahatma) venne liberato dalla prigione di Mumbai dove era stato rinchiuso per aver dato inizio alla rivolta non violenta più grande che l’India avesse mai visto, proprio mentre le energie degli Inglesi erano già largamente impegnate nel secondo conflitto mondiale. L’obiettivo era ottenere l’accoglimento delle richieste indirizzate al governo britannico nella lettera “Quit India”: l’indipendenza totale individuale, spirituale e politica del Paese.

Non era la prima volta che questi veniva arrestato, e anzi Gandhi in prigione ci finì spesso, a causa degli episodi di disobbedienza civile che egli indisse per ottenere di negoziare con l’autorità il miglioramento delle condizioni degli Indiani e, infine, l’indipendenza, che l’impero britannico concesse finalmente all’India nel 1947.

Gandhi aveva conseguito la laurea in giurisprudenza in Inghilterra ed era stato avvocato, ed in vita fu in effetti un grande uomo di diritto, pur contrapponendosi alla legge in più occasioni – quella del colonizzatore. Il suo contributo costruttivo al diritto è ascrivibile al livello del diritto naturale, perché la sua battaglia pacifica fece sì che riemergesse, dagli strati del diritto positivo del conquistatore, il nucleo di diritti umani fondamentali, che la legge aveva negato, ma non poteva annichilire. Egli si batté per ridare dignità ai contadini, alla casta degli intoccabili, e dimostrò anche una sensibilità per la condizione femminile inedita per un leader moderno. Il contributo di Gandhi per i diritti umani ha ispirato movimenti di difesa dei diritti civili e personalità quali Martin Luther King, Nelson Mandela e Aung San Suu Kyi.

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