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16 marzo 1978 – L’agguato di Via Fani

Quello del 16 marzo 1978 è passato alla storia come un agguato: l’agguato di Fani.

Forse, però, più fedele alla storia sarebbe parlare di atto di terrorismo. Nel pieno degli anni di piombo.

Che quel giorno per Aldo Moro dovesse essere importante, lo si sapeva, visto che era programmato un dibattito alla Camera dei Deputati per votare la fiducia al quarto governo Andreotti e, dopo più di un trentennio, il PCI avrebbe concorso da protagonista a formare la maggioranza parlamentare per il voto. Ma il Parlamento Moro nemmeno lo raggiunse.

Di quegli attimi si sa tutto, o quasi. Poco prima delle 9.00 Aldo Moro uscì di casa. Oreste Leonardi, maresciallo e amico, lo accompagnò all’auto che l’avrebbe scortato e, insieme alla scorta, partirono.

Qualche minuto dopo, circa alle 9.00, fu il fuoco. I cinque uomini della scorta furono uccisi e Moro sequestrato.

Inutili gli immediati soccorsi e i posti di blocco: 55 giorni dopo fu trovato il cadavere.

Le Brigate Rosse, fiere responsabili del sequestro, avevano “portato l’attacco al cuore dello stato”, dimostrandone l’estrema vulnerabilità.

La Camera del Deputati si riunì alle 12:45. Pietro Ingrao espresse “lo sdegno per l’attacco infame allo stato democratico”, mentre Andreotti promise di combattere quei “centri di distruzione del tessuto civile della nostra nazione”.

Dal canto loro in vari comunicati i Brigatisti accusarono il PCI di voler “funzionare da apparato poliziesco antioperaio, da delatori, da spie del regime”.

E la cattura di Aldo Moro aveva per loro l’obiettivo di “mettere in macroscopica evidenza questa realtà”.

Risuona allora l’eco delle parole di Indro Montanelli: “I giuochi sono fatti. E sono fatti non soltanto per Moro, cui va tutta la nostra più fraterna e rispettiva pietà. Sono fatti anche per una politica da belle époque, che la distruzione – fisica o morale – di Moro chiude e conclude. La Storia sta riprendendo i suoi connotati di tragedia, e costringe coloro che la fanno, o ambiscono o s’illudono di farla, ad adeguarsi al repertorio. Stiamo entrando in una di quelle “età di ferro” in cui il potere si paga, o si può pagarlo col ferro. Nessuno è obbligato a sfidare questo rischio. Chi lo fa, sappia che oggi è toccato a Moro, domani può toccare a lui”.

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